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Il comune di Bee appartiene a: Regione Piemonte - Provincia del Verbano Cusio Ossola

Economia

Bée è espressione onomatopeica che richiama al belato delle pecore; lo stemma comunale raffigura una pecora intenta ad abbeverarsi ad una fontana. Roncaccio deriva dal verbo dialettale runcàre con il significato di "lavorare la terra" e richiama alle roncature, i terrazzamenti costruiti in pietra locale per strappare terra coltivabile ai ripidi versanti montuosi (molti terrazzamenti oggi imboscati sono tuttora visibili attorno ai villaggi).
Albagnano richiamerebbe all'abbondanza di acque nei dintorni del paese e deriverebbe, per trascrizione notarile in un documento del 1540, dall'espressione dialettale Al bagn col significato di "luogo dove ci si bagna, si fa il bagno".

Anche la curiosa abitudine locale delle razze, i soprannomi che distinguevano dialettalmente i diversi nuclei familiari, richiama alle attività rurali: la razza di Sciapìt doveva il nome agli scalpellini che rompevano (sciepàvano) la pietra grezza, mentre la razza di Scartègia e legata alla scardatura (scartegiàa) della lana (Emanuele Villa, Storia di Bée, 1981).

Le tradizionali attività agro-silvo-pastorali rimasero centrali nell'economia sociale di Bée fino alla fine dell'Ottocento, quando prese avvio lo sviluppo turistico dei luoghi e si consolidò la crescita industriale di Verbania che richiamò numerosa manodopera dai villaggi dell'entroterra. Il collasso di queste attività avvenne con il boom economico del II Dopoguerra.
Le pratiche agricole e pastorali non permisero mai una completa autosufficienza alla comunità, per cui l'emigrazione (muratori, scalpellini, facchini) costituì per secoli un fattore regolativo del carico di popolamento del territorio.

Le colture tradizionali erano quelle della segale, dell'orzo e del miglio, dei legumi e degli ortaggi; la coltivazione della canapa per produrre tessuti domestici.
Modeste superfici erano destinate ai cereali più esigenti, come il frumento e il granoturco. Le coltivazioni arboree, oltre a svariati tipi di frutta, comprendevano vigneti sui versanti più soleggiati e modesti impianti di noce per la produzione di olio utilizzato nell'alimentazione e nell'illuminazione.
Se le produzioni agricole erano prevalentemente finalizzate all'autoconsumo, due prodotti vedevano una modesta commercializzazione: le castagne e la carbonella di legna prodotta in bosco nelle carbunére, le aie carbonili che furono attive fino al 1950.
Di questa antica attività rimane memoria nella toponomastica locale: a catasto, in località Cös di Roncaccio, vi è un terreno denominato Carbunéra. L'allevamento, condotto da aziende a dimensione familiare, era quello bovino e ovi-caprino.
Dei numerosi ed estesi prati-pascoli, che davano fino a tre tagli di fieno l'anno, ne rimangono ben curati in località Masìn e Mavèn di Bée e Piàag di Roncaccio.

I castagneti, governati a ceduo, costituivano la tipologia forestale più diffusa sulle pendici del Monte Cimolo, mentre nella valle di Albagnano e sul Monte san Salvatore vi sono alcune pinete di pino strobo, piantate nel corso di questo secolo. Sulle pendici orientali del Cimolo vi è una bosco di larici, il "Bosco Roma", piantato alla fine del secolo scorso dagli attivisti della sezione Verbano del Club Alpino Italiano.
Lungo i freschi versanti del Monte Cimolo sopra Pian Nava vi sono alcune modeste faggete.